quello più ideologico è sempre chico, io sono ideologica se vogliamo usare questa definizione per quanto riguarda proprio il prodotto artistico, quindi io faccio molte concessioni al prodotto artistico non in quanto contesto ma in quanto ricerca di un artista. Per me la ricerca di un artista è sacra perché è la ricerca di un artista che fa si che ad esempio io invito un artista e non un altro in quel posto quindi anche la ricerca nasce dall’artista.
Chico tende invece a far condurre un lavoro, che è un lavoro che in genere non resta per tutta una serie di questioni che ci siamo posti.
Questa è una cosa anche che, lavorando nel piccolo con un riscontro immediato, tu capisci subito ad esempio il peso che avrai alla lunga nell’arte contemporanea, perché quel riscontro ce l’hai prima, i tempi si accorciano.
all’interno di una società civile i compromessi ci stanno e anzi per fortuna che ci sono.
Cioè se in certi contesti come quello lì si vive alla giornata, allora penso che davvero lo Stato non ha fatto il suo lavoro, perché è lo Stato che dovrebbe insegnare l’educazione e un po’ di educazione civica.
C’è un’altra cosa; non si lascia l’opera in paese perché quello che si lascia in un paese non è necessariamente capito, nel senso che ognuno l’arte la capisce come vuole e a me va bene, però è che vedo che dell’opera e di tutto in generale te ne devi prendere cura, se tu non hai il senso della cura io non ti lascio proprio niente.
Io non ci credo per niente e credo sia anche molto di comodo che l’artista, il paese, la comunità. Ma quando mai. Non è così. Se la comunità non è pronta da vari punti di vista, non si può. Quindi l’opera d’arte ha, può avere un ruolo nella comunità, se viene adottata dalla comunità. Se la comunità o la rigetta, o non è pronta, non è che io faccio un’azione cattiva non lasciandola, penso che sia ipocrita lasciarla. Quello che dici te, questa cosa sul produrre le opere. Allora ci sono delle cose che io proprio non produrrei. (...) Tutta roba a caso che ha un’estetica di sovrapproduzione che dico perché dovrei fare questa cosa? In realtà non mi interessa proprio la sua riflessione sull’arte che viene accompagnata da tutta una serie di cose che non concepisco. E ci sono altri lavori che tendono alla sovrapproduzione di (Anche il lavoro che c’era alla manifattura Tabacchi ma devo dire anche alla Strozzina) di Thomas Saraceno ritengo che sia un dispendio non indifferente, nonostante abbia delle riflessioni interessanti, però ritengo che sia un pochino in contraddizione tra il suo pensiero e questo spreco di materiali super tecnologici per arrivare a fare una cosa semplicissima, cioè offrire una visione semplicissima come offrire una visione della vegetazione in uno spazio X.
Allo stesso tempo ritengo che ci sono vari tipi di produzione, e si espliciti in tante maniere quindi la progettualità non ha semplicemente tante maniere; si esplicita anche nel fare con le mani, con una progettazione grafica. E penso che a seconda delle abilità che uno poi perfeziona con la pratica queste vengono esplicitate in tanti mezzi. Questo è il mio punto di vista personale: non ritengo che noi dobbiamo metterci veramente a frustrarci per ridurre al minimo lo spreco.
Rinunciare a fare delle opere sarebbe secondo me un’altra scelta molto talebana che non necessariamente porta alla sostenibilità; cioè sicuramente è un problema che produciamo progetti ma dobbiamo produrli con coscienza più che smettere veramente di produrli, questo è il mio punto di vista.
una bandiera molto (...) senza un suo senso estetico, posta alla fine del Paese, fatta da Nicola Toffolini, non so se lo conosci. Abbiamo invitato solo artisti fissati col lavoro;
Questa è una delle costanti: invitiamo gli artisti che hanno il lavoro qua.
Quella è stata una bella sorpresa. Non hanno pulito la terra che si sfaceva sulla quale era cresciuto il grano fino a quella notte. Probabilmente perché l’hanno sentito innocuo e quindi l’hanno lasciato andare. Per me poi è interessante fare anche un altro tipo di riflessione: hanno sentito il nuovo come un cumulo di terra in cui cresceva il grano; questo è un tipo di disordine a cui loro sono abituati quindi loro percepiscono innocuo il disordine, il caos, quello che è già dismesso. Mentre un abbellimento – scusate questi termini fanno ribrezzo però servono per farvi capire – un apporto estetico che venga da altri, forse non lo capirebbero e sarebbe una cosa imposta.
A me interessa farli entrare in quel sistema. No. Mi interessa che i miei genitori ne siano coscienti, ma non mi interessa che tutta una serie di persone lo sappiano. Mi piacerebbe avere un pubblico con il quale potersi confrontare continuamente su questa cosa. Mi piacerebbe tantissimo, ma riconosco che il mondo non è così.
Io ero come Clarissa, pensavo che tutti avessero un livello di scolarizzazione smisurato. In realtà ci sono vari tipi di scolarizzazione, di interessi, di esigenze. E sicuramente non tocca a noi aiutare tutti. Quindi sono sicuramente per la responsabilità individuale, ma sono per la deresponsabilizzazione di quello che facciamo. Non tocca a noi, siamo limitati, e tutti contribuiamo in misura condivisa a direzionare il mondo.
Da specilisti del settore in questo campo qua abbiamo più responsabilità. L’arte contemporanea è molto trasversale quindi pensiamo di avere più responsabilità degli altri, e un po’ te lo concedo. Abbiamo questo pensiero che tocca un po’ (...). Ma sarebbe un po’ supponente da parte nostra voler fare tutto per tutto.
Non tocca a me che vengo da fuori portare la bandiera della pace, penso. Penso che sia colpa di tutti, compresa la mia, ma non voglio fare quello che fa il salvatore. E l’abbiamo fatto.
Infatti quando mi sono fatta capitare di lavorare a Firenze o Roma o da altre parti, sono compromessi che veramente non mi interessano. Mi da gioia altro. Mi dà gioia confrontarmi con voi, che siete la mia forma di apprendimento dialogico. Non mi interessa avere a che fare con una serie di sistemi che dal mio punto di vista tutto tranne quello che mi interessa nell’arte, che è proprio la possibilità di andare oltre.
La negoziazione con tutti, quel tipo di cose pratiche le trovo una perdita di tempo e manca poi la relazione effettiva con l’artista e con (...) io penso che una delle cose che maggiormente l’artista fa è dare ordini. Che non è necessariamente un ordine prestabilito ma anche porsi dei limiti e procedere verso quei limiti. Muoversi dentro quei limiti imposti da se stessi, In questo senso, in forme diverse, penso che l’artista sia un ordinatore, e per esserlo penso che debba muoversi nel caos. Se ti muovi già all’interno di ordini stabiliti hai poco da ordinare. (...) Nel momento in cui ti muovi in un caos e quindi ne trai vantaggio, devi avere anche un (...) quelle regole che ti dai sono regole di integrità, perché secondo me c’è molta parte di questo. Non è che ti dai una logica (...) anche UnaBomber si dava una logica, ma la logica non è quella di trasgredire per forza ma di darti alcune regole che in qualche modo convivono con la tentazione di un sistema caotico, ma non destabilizzare tutto il caos.
Io da una parte rivendico anche il lavoro gratis che significa lavorare in contesti perché senti la necessità di produrre pensiero; non necessariamente perché ti pagano per produrre pensiero perché altrimenti è proprio qua il nodo di Vincenzo Estremo: se io ti pago, e do una giusta retribuzione al lavoro di pensiero che si fa, noi faremo solamente pensiero per un sistema che tende a svalutare il nostro pensiero. Se ogni mio pensiero è soggetto al soldo, io farò ovunque dei pensieri funzionali a chi mi da il soldo. Quindi io rivendico il caos, il pensiero disfunzionale, il pensiero tanto per.
Ti do il lavoro da portarti a casa, nel tuo sistema consumistico di galleria. Però qua produci pensiero o quello che vuoi che si basino sul senso del lavoro e non su quello che può essere un tornaconto economico.
Questa è stata una scelta consapevolissima. Noi dall’inizio abbiamo lasciato lavori all’artista, se vuoi all’inizio c’era anche l’idea di non poterli pagari però era chiaro che lì veniva in un contesto diverso in una scala economica diversa; anche perché noi nasciamo (mi piace dirlo) come un’operazione di real estate; io questa cosa potevo farla solamente la perché le miei economie erano tali da permettermi di muovermi solamente li. Se avessi voluto usare le miei economie per fare quello che faccio la, e produrre il lavoro di quel valore la – perché sono convinta che abbiamo prodotto lavori incredibili – le mie economie non mi sarebbero bastate; sarei dovuta entrare in un sistema – che è un ginepraio di bandi, relazioni, convenienze, io ci voglio mettere il nome! no io ci voglio mettere il nome.
Penso che sia comunque un presidio pubblico, anche se quello che vedi in casa forse non lo vedi;
Rispetto a tutta quella introduzione, innanzitutto quello che è sul sito spesso è una negoziazione tra le mie istanze forti e quelle di mio marito;
Quindi in quella cosa che introduce (può essere fisica, non fisica, mentale, di approccio) io vedo un’applicazione nel paese che non deve essere un’applicazione di tipo relazionale ma deve essere un tipo di relazione che l’artista ha applicato in un contesto e quella riflessione mi interessa a farla anche a me.
Il piccolo per quanto in un contesto diverso ti da questo feedback immediato e quindi questo feedback immediato ti fa capire prima tutta una serie di cose soprattutto la responsabilità e io devo dire che quando parlo in classe sulla prima persona, devo dire che quel contesto lì che non è esattamente Guilmi ma un paese nel maceratese, mi ha fatto fare delle scelte radicali quando ero più piccina perché è proprio quel contesto lì che non responsabilizza, che vive sui mezzucci, sulla non progettazione, sulla mancanza di rendere conto pubblico di quello che c’è.
s’è dibattuto tanto sul <<questo lo facciamo fare, questo lo facciamo fare permanente, lo facciamo rimanere, lo regaliamo all’artista>>; la nostra prima responsabilità quando invitiamo qualcuno è la responsabilità verso l’arista e non verso la comunità perché io sono la prima mediatrice della comunità e ho altri schemi; tutti abbiamo altri schemi.
mentre io ho sicuramente la responsabilità verso l’artista che invito, che non pago con il cachet ma lo pago tantissimo perché gli pago la produzione (la produzione che c’è costata di più nella nostra storia è stata quella di Elena Mazzi che è costata una ventina di mila euro, spalmate negli anni perchè poi lei è stata molto brava a relazionarsi col pubblico.) La mia responsabilità è con l’artista e voglio che l’artista abbia quella tranquillità di sapere che sta facendo un progetto che può portare a termine o no, di poter dare la forma che vuole (o non dargliela assolutamente, in genere gliela da la forma), e questo lavoro se lo porta dietro,
Io sono responsabile della visione che insieme mettiamo;
Io mi pongo da esterna e la mia responsabilità la sento più verso l’artista. Non dico che non la sento verso la comunità, ma non ritengo che sia mio compito insegnare qualcosa alla comunità quando ci dovrebbe pensare qualcun’altro.
Penso che ci siano delle cose che puoi imparare solo ascoltando la tua mano, il tuo occhio. Soprattutto la mano. So che sembra un pensiero un po’ antico, però la mano secondo me ti da tanto. E anche quando uno fa un lavoro sul PC e tu accompagni la forma con la mano… Penso che gesticolare sia una cosa che ti aiuta a dare forma alle idee.
lui fa questi disegni molto complessi anche di scala grandissima senza staccare mai la mano dal foglio fin quando non smette. Si dà delle regole, e smette.
Lui ha fatto questo lavoro che sia chiama Il vento farà il suo giro. C’è un film che si chiama Il vento farà il suo giro e ti consiglio di vederlo perché parla di comunità, l’hai visto? Parla di questa comunità che non ricordo come si chiama. È una comunità nella quale cercano di stabilirsi due francesi; la comunità all’inizio è interessata a questa coppia specialmente il sindaco. Lei viene vista meglio diciamo dagli abitanti maschili, poi diventano invisi e iniziano a fare degli sgarri. Questa opera era una bandiera fatta di tanti pezzi colorati proprio messa nel punto più ventilato del paese aveva a che fare con le forze fisiche del vento che in quel punto la sono inclementi e col fatto noi eravamo comunità diverse. Non è stato nemmeno spiegato il fatto del film quindi nessuno poteva sapere del film. La bandiera è stata presa a calci dai ragazzi e la bandiera si è divelta. Semplicemente perché in quel posto ci vanno a fumare e a bere i ragazzini di sedici anni quindi è normale (...) che fai, quella bandiera si tratta così. Noi si è fatto un appello pubblico in quell’occasione in cui è stata divelta. E i ragazzi che frequentavano tutti i workshop ci hanno chiesto anche scusa, anche se l’opera è stata aggredita.
Noi abbiamo fatto un lavoro di cui forse avrai letto che secondo me è uno dei lavori più interessanti di verifica di quello che abbiamo lasciato sul paese che è il lavoro di Cosimo Venziano che si chiama Orale. È una verifica di quello che abbiamo lasciato nel tempo. Abbiamo lasciato sia opere, esperienze e abbiamo fatto in modo che il paese raccontasse queste esperienze e queste opere. Mediamente quello che volevamo noi delle opere, che volevamo convogliare delle opere, non è passato; però sono passati altri tipi di ricordi che vanno benissimo. Nel paese siamo tutti amici per loro, anche se ci siamo conosciuti dopo. Loro non contemplano la forma dell’artista o del curatore, e nemmeno il sistema dell’arte. Loro ti raccontavano ad esempio che tipo di relazione avevano avuto nel progetto, oppure il fatto che un oggetto che gli era stato regalato era semplicemente un oggetto regalato da qualcuno conosciuto senza pensare che quella cosa la ha un valore nel mercato dell’arte. Nel momento in cui capiscono che quella cosa lì ha un valore nel mercato dell’arte, quell’oggetto la in un certo modo sparisce da quella dimensione.
Questa cosa è successa ad esempio con una signora che ora è morta e con una foto di Elena Mazzi. Lei le aveva regalato una versione un po’ più piccina di questi tableau vivant che si sono fatti. E nella foto che ha regalato a questa vecchia c’erano appunto questi tre tableau vivant con tre foto con le signore che riproducevano un miracolo di Sant’Antonio. Per la donna era una foto del signore; insomma non sapevano che stavano mettendo su una sorta di fiction, ma a lei è rimasto mettersi in posa per la foto, che poi avrebbe fatto vedere ai suoi nipoti. Nel momento in cui le ho detto che quella foto poteva costare intorno ai 5.000 euro, lei mi ha detto <<che è sta roba? Riprendila>>
La cosa che recrimino di più è stato quando abbiamo preso posizioni punitive nel 2015 per non far costruire queste otto centrali a biomassa nella piana che in un mondo che ragiona sugli stessi valori ha senso, quindi a Firenze dico prendo questa battaglia e partiamo tutti da una base condivisa ma io non sono un’attivista in realtà, Quindi io non vado a portare la verità in piccoli paesi. Soprattutto perché un piccolo paese ha un tipo di resilienza che non mi appartiene.
In realtà abbiamo perso proprio il seguito del progetto, però loro hanno fatto leva su di noi per mascherarsi. Quindi abbiamo fatto in modo che tramite 1500 persone che le centrali venissero bloccate.
E mi permetto di dire agli artisti quando vengono in residenza <<voi qua non avete uno stipendio, perché qua si ragiona in altri termini>>; è proprio questa bolla residenziale che ragiona in altri termini.
È stato calcolare quello che si poteva fare con un budget minimo e la volontà di fare e prendersi una bolla La residenza è nata come una bolla e io continuo a pensare che la residenza sia una bolla nonostante le riflessioni che fai e l’impatto che hai quando sei in una residenza sono assolutamente reali.
infatti abbiamo iniziato ad aprire la casa già ad Aprile perché una persona che è fuori dal sistema non lo vede; invece no. Quello che avviene in casa è cambiare lo spazio, cambiare la percezione. Portare avanti riflessioni che puoi portare avanti solo in quella bolla.
Le questioni sono legate sicuramente ad una questione di economia ma la parola ha un senso allargato; non è questione di economia nostra. Proprio in un sistema olistico di interdipendenza che cosa fa sì che questo condotto abbia un impatto il meno possibile aggressivo; cioè il meno possibile fuori da una scala del contesto dove opero. Tra l’altro ricordiamo che il contesto che da una parte è completamente mancante di scolarizzazione quindi è il meno ideale per chi si occupa di curatela, produzione di arte contemporanea; però è anche il contesto che ti offre un’ampia gamma di libertà proprio perché tu non devi scendere a compromessi o comunque tu lo fai un pochino anarchicamente, non scendi a compromessi è un bene e un male allo stesso tempo. Perché quando scendi a compromessi significa che fanno proprio quello che vogliono; ma dall’altra parte in un contesto piccolo è una scala in piccolo di quello che succede nel grande e risponde molto prima. Quindi se tu immetti in quella situazione, dove comunque ci si conosce tutti e dove le differenze tra l’uno e l’altro si vedono, tu avrai un riscontro immediato se quello che stai proponendo ha senso o non ha senso. Devi anche fare i conti però col fatto che stai lavorando in una dimensione descolarizzata. Quindi tu ti prendi tutto il male che c’è da questo contesto.
Questa cosa del lavorare nel piccolo che è una scala di quello che succede nel grande, per me è stata la cosa che davvero ho capito.
Mancanza di scolarizzazione certo verso l’arte ma soprattutto verso il senso di comunità condivisa che è quella poi che sono i valori generali. Cioè paradossalmente il nostro progetto vuole anche essere contro tutte queste cose che gli stati organizzati portano avanti però comunque riconosciamo che all’interno di un paese i compromessi si fanno;
Però ci sono dei contesti in cui non c’è coscienza di questo, per cui sembra che si possa fare di tutto all’interno di altre dinamiche. Non prendersi la responsabilità di mettere qualcosa;
Nel momento in cui per quella comunità siamo dei traditori perché non abbiamo gli stessi valori perché abbiamo un’istruzione superiore, perché abbiamo altri punti di riferimento (già partiamo come traditori o colonizzatori)
quindi il lavoro di Elena Mazzi ora ce l’ha la galleria. Il lavoro di Juan Pablo Macias che ha fatto da noi con le nostre conoscenze l’ha venduto alla fondazione La Gaia per venticinque mila euro. Quindi l'opera non rimane li per tutta una serie di ragioni.
io penso che in questi posti manca davvero la visione; lo sforzo di proiettarsi in avanti e io penso che questo sia dovuto in generale in una collettività, in una comunità.
E di nuovo; la della cura te ne posso parlare, ma se tu non hai il senso della cura perché quell’habitus culturale io penso che non posso educare con l’arte.
Nel senso ci sono delle opere che hanno aspetto di design che si occupano di ambiente come il bosco verticale, idealmente molto bello; però il bosco verticale ha dei costi spropositati; è di per sé non sostenibile. lo è solo per quel mondo iper metropolitano, iper ricco, e non è per niente sostenibile in una maniera olistica da tutti. Una cosa sostenibile deve essere sostenibile a Milano e a Rimini. Ci sono delle cose fuori scala.
Abbiamo anche pensato di rimetterla, col comune, e naturalmente il comune ha detto <<rimettiamola con i bandi per il decoro pubblico>> e io ho detto devo fare questo sbattimento per scendere a questo compromesso? L’avrei fatto tranquillamente però sarebbe stato tanto lavoro per rimettere in piedi questa bandiera probabilmente dando di nuovo la possibilità a delle persone di abbatterla solamente poi per far fare il busco al comune. Quindi alla fine sai com’è? Ma anche no; perché alla fine non è necessario che ci sia l’opera. Quindi quell’opera è stata aggredita. Poi devo dire che un cubo fatto di terra da Emanuela Ascari, che era già pensato che si disgregasse, l’hanno fatto andare fino a quando proprio non è crollato completamente.
Non è nella sua sfera di pensiero; è immorale che una fotografia stampata 20x30 possa costare cinquemila euro; quindi non vogliono entrare in quel sistema.
Abbiamo voluto imporre una trasparenza nei bandi pubblici che loro non sono abituati a fare. Vero. ma io lo faccio nel mio, quando il mio è tangente ad altri, ma farlo con una comunità significa che io mi sto prendendo da sola le responsabilità che dovrebbero prendersi tutti quelli che hanno fatto sì di creare quella situazione in quel paese.
Le piccole comunità declinano le responsabilità perché in teoria quelli che erano contro nella comunità tutti hanno fatto capo a noi, perché noi eravamo quelli del <<facciamo>> perché non abbiamo niente da perdere.
Quando è stato necessario che loro in quanto cittadini agissero, in realtà non hanno agito perché loro non si espongono. Ma questa cosa denota di nuovo una non progettazione da parte nostra.
Questo è il macro fenomeno della globalizzazione. Città policentriche con zone che si riconoscono dappertutto, senza disordine. Anche io penso che all’interno di questi sistemi sia difficile produrre qualcosa di interessante. È vero anche che questi sistemi sono anche quelli che prendono le pratiche artistiche e fanno si che diventa praticamente depauperata, risucchiata in logiche che rende tutto uguale. Anzi il lavoratore culturale (...) non so se hai letto il libro di Vincenzo Estremo, è interessante (...) più noi ci apprestiamo a fare cose che la società ritiene interessante più noi ci scaviamo la fossa. Continuiamo a fare un lavoro di funzionamento della macchina, di produzione di contenuti, di scelte creative. C’è anche l’insegnamento tra i lavori culturali. Più noi alimentiamo il sistema consumistico da una parte, dall’altra parte il mondo globalizzato e gentrificato che in nome di una proposta estetica ci chiede sempre di più di lavorare in condizioni infime. Quindi è una cane che si morde la coda. Vincenzo Estremo l’ha detto in modo molto più efficace di me; il discorso del lavoro gratis è molto legato.
Quindi è una bolla, ma è assolutamente un atto politico allo stesso tempo. Ed è un atto politiche anche perché è proprio la.